Per non continuare a levare l’acqua con il paniere

Per affrontare razionalmente un problema, si richiede la sua completa conoscenza, senza la quale, continueremmo ad avere la perpetuazione di atavici problemi, come anche l’esperienza  odierna ci dimostra.

É sotto gli occhi di tutti, però, che di fronte a tanti sconvolgenti fatti della nostra sempre più violenta quotidianità, ci si comporta come il cane che se la prende con la pietra lanciategli contro, ricorrendo a provvedimenti tampone.

Intanto i soggetti in età evolutiva subiscono trattamenti cosiddetti educativi che appaiono predominanti  e che, non solo non si mostrano atti ad affrontare responsabilmente la vita in privato e neanche quella di una civile convivenza, bensì tendono a ricreare quei problemi che poi si pretenderebbe di risolvere sbrigativamente, senza fondate conoscenze, né circa fattori e condizioni determinanti, né sugli strumenti più idonei.

Si reagisce o con il lassez faire o autoritariamente, con moralismo forcaiolo e molti propongono, metodi più severi, al punto che oggi (senza tenere conto che un tale suggerimento possa cadere a fagiolo nel terreno dell’apparato neuro-psico-emotivo di educatori particolarmente predisposti a reagire autoritariamente), il criterio educativo predominante sembra ridotto alla capacità di dire NO.

Perfino per la indisciplina scolastica, si richiedono provvedimenti severi, magari con il 7 in condotta (basterebbe ricordare le deleterie conseguenze che De Amicis narra a proposito del maestro che, cadendo nella provocazione di Franti, reagisce di impulso, scacciando via Franti, quindi anche Pinocchio).

 In effetti, educare, piuttosto che inculcare: fedeli al vero significato del termine educare, si dovrebbe facilitare lo sviluppo delle congenite potenzialità evolutive, fungendo da complemento alle naturali carenze del’Io, facilitando la naturale tendenza allo sviluppo della personalità degli educandi.

Le conoscenze circa la dinamica di gruppo, ci informano che anche il gruppo famiglia dovrebbe funzionare secondo la dinamica del gruppo di lavoro (il funzionamento coincide con le ragioni di formazione del gruppo).

Per le istanze irrazionali che possono disturbare tale auspicabile modalità di funzionamento gruppale, V. l’articolo PERCHÉ GLI ELETTI POSSONO RISULTARE PEGGIORI DEGLI ELETTORI).

L’instaurazione di un rapporto di prepotenza, rischia di provocare una reazione di contropotere, ma pure che l’organismo del soggetto investa, somatizzandole, sottostanti cariche di tensione psico-emotiva o che gestisca per delega la sua reazione rabbiosa.

Una pregiudiziale alla comprensione di tali fatti, sembra dovuta alla nostra tradizionale tendenza a considerare ogni comportamento dei nostri simili in senso individualistico, giacché si attinge ancora ed esclusivamente a criteri che ci provengono dalla cultura medico-clinica (sano/malato); giuridica (Innocente/colpevole); etico/religiosa (giusto o peccatore), comunque  non secondo conoscenze di dinamica psico-sociale (di coppia, di gruppo ecc.,). Eppure, ormai è più di mezzo secolo che si conoscono dinamiche familiari che producono, in analogia a dinamiche di gruppo che generano il capro espiatorio, il cosiddetto paziente designato.            

Secondo queste chiavi di lettura, ad es., si potrà comprendere come un elemento di un gruppo familiare, dove le tensioni sono ben controllate, dissimulate, sino a qualche giorno prima, apparentemente tranquillo, composto da seri lavoratori, dia in escandescenze sparando all’impazzata sulla malcapitata folla inerme.

Nella mia esperienza in ospedale psichiatrico i cui ospiti (considerati crudamente da alcuni benpensanti come spazzatura umana) avevano commesso gravi delitti, ricordo come fosse particolarmente stressante il nostro rapporto con i familiari dei ricoverati. Non solo, ma quando alcuni di quei ricoverati “compensati” tornavano da un breve permesso in famiglia, spesso era necessario ricorrere ai mezzi di contenzione. Insomma, appare sempre più evidente che il componente che presenta problemi psico-emotivi anche molto gravi, è una specie di delegato di gruppo.

Nei casi in cui si riesce a convincere gli altri componenti, apparentemente sani e tranquilli, a scaricare le proprie tensioni, la situazione dell’esagitato ha buone possibilità di rientrare in limiti accettabili.

Il depresso è tra i più carichi di tensione, di rabbia repressa che potrà scaricare su se stesso o su altri, comunque rendendo il clima familiare estremamente stressante. Per semplice esperienza si potrebbe riconoscere che il cervello umano e specialmente quello in età evolutiva, a differenza di quello elettronico, tende spesso a rigettare ciò che viene imposto e una volta “belvizzato” non esiste una belva più belva dell’Homo sapiens. La storia, specialmente quella anamnestica, di tanti tiranni docet!

Scientificamente, si sa che nel nostro cervello c’è un complicato sistema d’allarme e, una volta iperattivato, tende a provocare rapporti di tensione per tutta la vita, non sopporta il quieto vivere. Inoltre, se sin da piccolo ha appreso che, per mantenere il rapporto con le figure più essenziali per la propria sopravvivenza, ha dovuto pagare lo scotto di succube, per lui/lei subire violenze diviene una specie di moneta di scambio anche nei successivi rapporti.

Ecco perché le punizioni severe, la certezza della pena non funzionano come deterrente laddove vige la pena di morte, si praticano le torture e via di questo passo…       

Considerazioni come queste possono spiegare perché la donna, a volte potrà deludere chi se l’aspetta dolce e angelica, perché tradizionalmente essa è stata più soggetta a metodi severi. Ragion per cui in lei potrà risultare più marcata la generale tendenza a ribaltare la situazione sofferta nei primi anni di vita, più esasperata la voglia di avere giustizia, cioè vendetta.

Oltre all’opportunità che gli stessi educatori primari abbiano avviato a soluzione i propri quasi sempre immancabili problemi psico-emotivi e relazionali acquisiti nella famiglia di origine, magari partecipando a gruppi di cambiamento sociale, gruppi problema, sarebbe auspicabile che ogni plesso scolastico potesse usufruire delle preziose  possibilità evolutive di una ludoteca.

Senza un tale tempestivo procedimento, le informazioni cognitive, sia pure a livello accademico, potrebbe valere l’affermazione di Sigmund Freud che, secondo un aneddoto, aveva risposto ad alcune mamme che gli avevano chiesto consigli su come educare i figli: “Comunque fate sbagliate”. Corsi di laurea potrebbero, addirittura, aggravare la situazione relazionale quando la motivazione di fondo sia di potere.

Misure giuridiche troppo punitive potranno risultare paradossalmente controproducenti, incentivando la criminalità

Si riportano di seguito alcuni aforismi che rispecchiamo la Weltanschauung a cui si ispira la Ricerca eco psicosociale e alla quale partecipo da oltre un quarantennio.
Impegnata a individuare condizioni e fattori che favoriscono od ostacolano un’armonica evoluzione della nostra personalità e i suoi rapporti con l’ecosistema naturale e sociale, tale ricerca mira, anzitutto, alla prevenzione primaria.

“Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo  i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali” (Tiziano Terzani).
Si rileva che già quanto affermato da Terzani  potrebbe/dovrebbe valere per tanti altri problemi a dimensione sociale.    

“Ogni essere umano viene al mondo con una dotazione unica di potenzialità e aspira a realizzarsi così come la ghianda aspira a diventare la quercia che si porta dentro”  (Aristotele).

“Non educare i bambini nelle varie discipline ricorrendo alla forza, ma come per gioco, affinché tu possa anche meglio osservare quale sia la naturale disposizione di ciascuno”. (Platone)

”Educa i bambini e non sarà necessario, poi, punire gli uomini” (Pitagora).

“La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente. Il compito di imprimere negli uomini gli ideali guida e le norme della nostra civiltà è, prima di tutto, compito dell’educazione, ma quanto deplorevolmente inadeguato a questo compito è il nostro sistema educativo!” (Erich Fromm, “Psicoanalisi della società contemporanea”, 1955).

“Chi ha in mano l’educazione della gioventù può cambiare la faccia del mondo”(Gottfried Wilhelm Leibniz, XVIII sec.)

“Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione” (Victor Hugo)

In effetti, data la enorme complessità dell’apparato neuropsichico umano, che funge da centrale operativa, governando i nostri comportamenti, avrebbe una naturale tendenza a un soddisfacente sviluppo se, invece di interferenze diseducative adottate da educatori (anzitutto da quelli primari) impreparati e afflitti da problemi infantili, questi fossero in grado di prestare adeguate prestazioni parentali che i genitori delle altre specie praticano per istinto.

In questo scritto, l’amministrazione della Giustizia viene considerata come promanazione di funzioni parentali che vanno dalla difesa della prole in fase evolutiva ad altre più complesse, in rapporto a variabili, come l’età anagrafica o le scelte vocazionali, limitate anche da norme giuridiche per quel che concerne la vita coniugale.

Per le ulteriori e più complesse istruzioni per l’uso di tutto ciò che riguarda la convivenza sociale, i compiti svolti dalla prima agenzia educativa, la famiglia, vengono affiancati dalla seconda agenzia educativa, la scuola, in tutti suoi gradi riferiti all’età e alla scelta vocazionale.

Il compito parentale per la difesa della prole, per quel che riguarda la dimensione macro-sociale, si traduce in norme giuridiche specificamente codificate e finalizzate ad assicurare la convivenza in modo compatibile e di reciproco rispetto con i nostri simili (v. l’art.: “Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche? il senso di giustizia nelle altre specie”).

Per introdurre l’aspetto storico-genetico di questo argomento, potrebbero soccorrere i versi foscoliani dei “Sepolcri:“Dal dì che nozze tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui …” gli umani, non più come  scimmie nude, dovettero dare e sottomettersi a norme per contenere comportamenti disturbanti e minaccianti una civile coesistenza, contando su norme di legge che prevedono pene adeguate alla loro gravità.

La loro inefficacia, specialmente riguardo a problematici fenomeni a dimensione sociale, che vanno da  quello della corruzione a quelli violentemente trasgressivi, tuttora la si attribuisce alla mancata certezza della pena, sostenendo, quasi come panacea, la loro promulgazione con maggiore severità.

In questo articolo  si intende centrare l’attenzione su alcuni moventi psicodinamici che, paradossalmente, potranno rendere inefficace o, addirittura, controproducente l’effetto deterrente di leggi troppo severe. Tra i relativi  comportamenti si hanno quelli clinicamente rientranti in quadri come: autolesionismo; ribellione contro l’autorità; da sensi di colpa. Quest’ultimo motivo può in varia misura accompagnare in specie i comportamenti autolesionisti.

Il fenomeno dell’autolesionismo è tutt’altro che eccezionale, giacché da recenti ricerche demoscopiche risulta incidente sulla popolazione adulta al 6% e in quella giovanile al 15%! Un’apposita indagine potrebbe riscontare  una significativa coincidenza con i casi di criminalità.

A parte i casi di rilievo clinico e giuridico, vi sono da tenere ben presenti i comportamenti reattivi della fisiologica fase dell’opposizione e dei dispetti, che potranno rimanere attivi per il resto della vita. Così per la coprolalia (in neuropsichiatria nota come postumo dell’encefalite letargica) di eccelsi personaggi in specie dell’arte (tra i più noti, Mozart) attribuibile a metodi intesi come educativi, ma troppo perbenistici e sublimanti (v. l’art. “Tre vie di di smaltimento…” , cioè della pattumiera neuropsichica).

Atteggiamenti da haters sono pure osservabili in  personaggi la cui arte è molto amata. Tali comportamenti reattivi verso l’autorità genitoriale, “fisiologicamente” rispondono non solo all’esigenza di verificare fino a che punto potrà valere il proprio potere decisionale, bensì pure la propria capacità di fronteggiare ogni evento. Se esasperati da metodi autoritari, potranno risultare psico e socio-patogeni, inducendo ad atteggiamenti di temerarie sfide, quei soggetti appartenenti a quell’età che nella pucciniana “Boheme” è  cantata come “… bell’età d’inganni d’utopie, si crede, spera e tutto bello appare”.

L’effetto deterrente di leggi tese a scoraggiare comportamenti, che per la visuale psicodinamica sono esasperati da impropri metodi di allevamento, ma per i giuristi passibili di  pene, rischia l’insuccesso e perfino di risultare controproducente. In effetti, tra le reazioni comportamentali che più risultano frustranti per ogni misura giuridica, si mostrano quelli oppositivi contro figure autoritarie, in primis di quella paterna o chi la rappresenta. Caratterizzati da estrema coattiva determinazione, possono raggiungere livelli tali da scatenare un neuro-psico-meccanismo di non darla per vinta a ogni costo, come peraltro è storicamente avvenuto da parte di tanti eroici martiri! 

Quindi le proposte di inasprimento delle pene, specialmente per chi è mosso prevalentemente da sensi di colpa, potrebbero venire percepite, addirittura, come gratificanti, giacché cadrebbero sul loro animo esacerbato, appunto, da struggente colpevolezza, come una provvida vivificante pioggia, sia pure tempestosamente devastante, su un terreno arso da siccità.

Anche dalla mia esperienza professionale pure le tendenze autopunitive appaiono attribuibili a impropri metodi di allevamento, risultando suggestivi per atteggiamenti ipocondriaci (v. pure, l’art. “Dalla maschera sociale all’ipocrisia il passo è breve”).  Poiché il soggetto in età evolutiva, affettivamente dipendente da chi è supposto ad accudirlo, all’essere ignorato preferisce, maltrattamenti, specialmente se pavlovianamente (v. riflessi condizionati), sia pure con le migliori intenzioni “educative”, avrà appreso che l’essere più considerato è a condizione di subire sofferenze. Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti “vantaggi secondari della malattia”, solitamente propri di un soggetto carente di “carezze” (nell’accezione analitico transazionale).

Emilio Zola, nel suo romanzo: “Teresa Raquin”, riporta  quel che aveva scritto in una lettera a De Amicis; da pag. VIII e IX: “Qui non si ottiene nulla se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati … Purché se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: solo il silenzio uccide”. V. pure  fenomeni dei “Battenti” di Guardia Sanframondi e del “Vattenti”  a Nocera Terinese, prov. di Catanzaro e a Verbicaro, prov di Cosenza (v. l’ art.: “Ogni educatore tenga in debito conto il ruolo della sentinella neuropsichica: l’amigdala”)

Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche?

Il senso di giustizia nelle altre specie

Anzitutto, sembra opportuno inquadrare l’argomento particolare del diritto alla salute,  secondo l’accezione più ampia di benessere, nella questione generale del Diritto.

Senza pretendere di affrontare una minuziosa analisi antropologico-culturale ed etologica (per le altre specie), se ci chiediamo quali siano i più comuni oggetti del contendere tra i viventi, appare abbastanza evidente che le ragioni per le quali si attivano processi di attacco e difesa inter-individuali e tra gruppi (branchi ecc.), riguardino questioni generalmente connesse con l’istinto di conservazione dell’individuo e della specie.

Questo, a sua volta, può interessare:
il corpo fisicamente inteso;
la personalità nel suo insieme somato-psichico;
i familiari;
i beni.

            Non occorreranno particolari argomentazioni per dimostrare che, “Dal dì che nozze, tribunali ed are // diero alle umane belve esser pietose // di sé stesse e altrui…”, gli oggetti (i diritti) appena elencati siano tutelati da norme codificate di ogni popolo e costituiscono materia che accende conseguenti contenziosi.
            Nei beni è compreso l’ecosistema: il territorio d’insediamento per gli animali, l’abitazione e il posto di lavoro per gli umani. Anche la proprietà terriera è da considerarsi equivalente del territorio dal quale gli animali si procacciano il cibo pascolando o cacciando. Per gli umani, il territorio ha un significato molto più ampio e può comprendere perfino i campi di competenza (simbolizzati) burocratica, professionale, scientifica.

Come si vedrà fra poco, tra le istanze istintuali di difesa, è compresa la lotta per la leadership, che nella nostra specie assume spesso connotati di potere nell’accezione più negativa sino alla prevaricazione gratuita e violenta.

A parte l’evoluzione che degenera in quest’ultimo senso, di primo acchito, la tendenza alla leadership potrebbe apparire diversa dalle altre più chiaramente connesse con l’istinto di conservazione di cui si è detto sopra, ma l’osservazione etologica più approfondita consente di appurare che anche essa trae origine da esigenze vitali per i componenti una collettività, che si tratti di un branco, di un gruppo o di una società umana.  In effetti, ogni capo viene delegato dai componenti una collettività per svolgere compiti che tutelino i loro interessi, vale a dire quelli che riguardano i diritti connessi con la conservazione e l’ottimale affermazione e sviluppo individuale e sociale.

Il senso di giustizia nel mondo animale

Per rendere più evidenti le radici biologiche del Diritto, si riportano qui di seguito le ventiquattro istanze connesse con i modelli comportamentali di base (Primal Patterns of Behavior) individuati da Paul MacLean (“A Mind of Three Minds: Educating the Triune Brain”), già direttore di uno dei più prestigiosi dipartimenti per lo studio comparato del cervello: il Department of Health, Education, and Welfare del National Institute of Mental Health (Bethesda, Maryland, US.A.): 
1) Selection and preparation of homesite,
2) Establishment of territory
3) Trial making
4) “Marking” of territory
5) Showing place-preferences
6) Patrolling territory
7) Ritualistic display in defence of territory, commonly involvilng the use of coloration and adornments
8) Formalized intraspecific fighting in defence of territory
9) Triunphal display in succesful defence
10) Assumption of distinctive postures and coloration in signaling surrender
11) Foraging
12) Hunting
13) Homing
14) Hoarding
15) Use of defecation post
16) Formation of social groups
17) Establishment of social hierarchy by ritualistic display and other means
18) Greeting
19) “Grooming”
20) Courtship, with dislpays using coloration and adornments
21) Mating
22) Breeding and, in isolated instances, attending offspring
23) Flocking
24) Migration.


         A questo punto occorre illustrare brevemente la teoria dei tre cervelli (*).
La Scuola del suo autore, Paul MacLean, ha riscontrato che nel corso dell’evoluzione filogenetica il cervello non perde le acquisizioni precedenti, per cui il cervello umano si trova ad avere nel livello di organizzazione più antico, nel cosiddetto Cervello da rettile o Rettiliano o Complesso, i modelli comportamentali di base che questo organo aveva acquisito sin dalla specie dei grandi rettili.

Come si può evincere dall’esame dei su elencati comportamenti, quasi tutti hanno più o meno direttamente a che fare con i rapporti sociali tra i componenti una collettività.
            Dai filmati sulla vita animale, si può anche facilmente constatare come ciascuno di essi reagisca con la lotta o, magari dopo qualche tentativo di difesa, con la fuga, non appena qualcuno minacci di ledere un suo “diritto”: sia che si tratti del territorio oppure della partner o, peggio, dei figli, per non dire degli attacchi contro il proprio corpo. 
E’ altrettanto ben noto che la posizione gerarchica all’interno di un branco, spesso dà luogo a tensioni, per cui gli animali che vivono in società hanno sviluppato una serie di rituali per governare l’aggressività intraspecifica.
              In base a quanto esposto si può ritenere che i codici del nostro ordinamento giuridico, date le accresciute esigenze umane, costituiscano un necessario complemento agli equivalenti rituali delle altre specie. Nella nostra essi si traducono nei costumi, nelle usanze e in tutti quei messaggi sociali che tendono a controllare i comportamenti dei propri simili o a finalizzarli a interessi privati o sociali come quelli del mercato.

Gli altri livelli di organizzazione cerebrale

Contribuiscono a dar luogo a una struttura composita della nostra personalità cfr. omonimo capitolo nel libro : “Ecologia psico-sociale e salute”).
             In effetti, a mano a mano che si procede nello sviluppo filogenetico, la struttura dell’organismo diviene sempre più complessa e richiede un sistema di governo altrettanto complesso. Questa funzione viene svolta dal sistema nervoso con i connessi organi di senso e sostanze che fungono da messaggeri, vale dire i cosiddetti neutro-trasmettitori o neurormoni.

E’ come se Madre natura, non riuscendo a inserire ulteriori informazioni nel patrimonio genetico contenuto dentro la cellula, si fosse inventata altre strutture in grado di: 
– memorizzare informazioni provenienti dall’esterno e che si acquisiscono con l’apprendimento, con l’esperienza;
– percepire la qualità di ogni esperienza mediante emozioni che inducono a reagire di conseguenza, essenzialmente con la lotta o con la fuga e loro equivalenti.            

Tra le reazioni equivalenti, si possono considerare i processi di difesa di ordine psico-emotivo, per esempio: il dimenticarsi (rimozione) esperienze che turberebbero il livello conscio. Lo svenimento, che interrompe ogni altra reazione, costituisce una specie di salvavita che scatta in situazioni insostenibili di emergenza.
             A partire dalle specie più evolute, al livello di organizzazione cerebrale rettiliana, si vengono a sovrapporre altri due livelli: uno, comune ai mammiferi, perciò indicato anche come Cervello da mammuth e il livello particolarmente sviluppato nell’Homo sapiens sapiens, cioè quello della Corteccia (sostanza grigia). Quest’ultima ha, tra l’altro, elaborato l’insieme di norme e di istituzioni che tutelano i diritti in questione.
              Per il fatto che ciascuno dei tre livelli di organizzazione cerebrale ha un suo proprio modo di funzionare, sia per quanto riguarda gli stimoli dall’interno dell’organismo, sia dall’esterno e nello stesso tempo sono tra di loro intimamente interconnessi, lo stesso MacLean definì il cervello umano come uno e trino (The triune brain).
                In effetti, il rettiliano reagisce secondo il meccanismo dello simolo/risposta, cioè con determinate risposte a ben precisi stimoli-chiave: si pensi ai sentimenti e conseguenti atteggiamenti e comportamenti nei confronti dei cuccioli, ma anche alle risposte erotiche nei riguardi di corrispondenti stimolazioni (messaggi ecc.). In breve esso si esprime con il linguaggio del corpo. 
               Il livello intermedio (cervello. da mammut) risponde con una gamma di emozioni, mentre quello corticale ha sviluppato un linguaggio verbale, logico, convenzionale. 

Nota (*) Per chi volesse consultare una sintetica pubblicazione in italiano, si consiglia la lettura del tascabile: “Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino”, con un saggio introduttivo di Luciano Gallino. Nuovo Politecnico 139 Einaudi, 1994, Torino.

Considerazioni eco-psico-sociali sull’attuale situazione socio-politica

A fronte di comuni lamentele riguardo a preoccupanti  fenomeni a dimensione sociale che appaiono analoghi alle conseguenze da carenze e di esperienze psico-emotivamente traumatiche sul‘organismo umano, per giunta complicate da trattamenti impropri, tanti sono indotti a formulare una specie di prognosi infausta o di auspicare l’emulgazione di leggi più restrittive e scelte di governo  autoritarie.  Le conseguenze le abbiamo già dolorosamente  subite e i risultati,  di cui ancora cerchiamo la soluzione, poiché generano un diffuso drammatico disorientamento dei cittadini, potrebbero alimentare la tentazione di ricorrere ancora a soluzioni tampone e sbrigative.

Purtroppo di una tale situazione si potranno avvantaggiare bastian contrari impersonati da tribuni che, parlando alla pancia e prospettando soluzioni immediate, otterranno la fiducia di elettoralmente significative maggioranze.

            Tra le soluzioni più ingannevoli appare quella dell’eliminazione delle mele marce, senza ricercare le probabili cause dipendenti dal terreno o da elementi atmosferici inquinanti.  

            In proposito ricordo l’ammonimento ai suoi assistenti di Louis Pasteur, già sul letto di morte: riconoscendo che Claude Bernard aveva ragione, sottolineò la prevalente importanza del terreno costituzionale rispetto al microbo.

Per quanto al momento possa apparire utopico, la soluzione più razionale dovrebbe essere quella di motivare un crescente numero di cittadini ad avviare a soluzione (magari mediante la partecipazione ad appositi gruppi di cambiamento sociale) i quasi immancabili problemi acquisti in seno alla famiglia di origine e di provvedere al superamento di un’eventuale condizione di analfabetismo politico.         

Perché gli eletti potranno risultare peggiori degli elettori

Il paradossale fenomeno che sembra apportare acqua al mulino della saggezza popolare con il detto: “le apparenze ingannano”… grazie alle scelte della Raggi, finalmente sta attirando l’attenzione di operatori della stampa. 

            Potrà capitare per la scelta di un partner (una delle tante storie di questo genere mi toccò osservarla quando ero laureando  a metà degli anni ’50)  ma pure per un socio, nonché in politica, dove non rappresenta un’eccezione che gli eletti potranno risultare peggiori degli elettori.

            A partire dalla fine dell’800, con le prime osservazioni sulla personalità considerata in un contesto relazionale gruppale, l’indirizzo di pensiero che va oltre la tradizionale ottica individualista si è arricchito sempre più con l’apporto di eminenti studiosi.

            Con Kurt Lewin viene introdotto il concetto di dinamica di gruppo. Ma è da un’osservazione di Wihlelm Bion che si può spiegare il tema di questo articolo, ossia che ad essere espresso come leader carismatico di un gruppo sia il membro più disturbato.

            Una più puntuale spiegazione di un tale paradossale fenomeno la possiamo avere grazie alla conoscenza sulle dinamiche transpersonali su cui la Ricerca eco-psicosociale ha centrato una particolare attenzione sin dai suoi inizi.

            In pratica avviene qualcosa di analogo a ciò che si verifica nella dinamica del gruppo famiglia con l’espressione del paziente designato, ossia del componente che svolge, di solito a sua insaputa, il ruolo di indicatore e amplificatore del  problemi,  altrettanto  ignorati a livello conscio, della coppia coniugale. Detto in termini più accessibili per il lettore non iniziato, tale soggetto si comporta come un accumulatore delle tensioni psico-emotive  e come una spugna dei problemi dei familiari.

            In effetti, poiché i correnti metodi di allevamento della prole umana tendono a che i figli si conformino a criteri di accettabilità e, più ambiziosamente, di etero-stima, ne consegue che tante autentiche naturali istanze vengano represse.

            Così come avviene per il magma, qualora manchi uno sfogo vulcanico, che genera i terremoti, in modo analogo si verifica per condizioni di eccesso di tensione nervosa (di overloading). 

            A premere verso una tra le più sofisticate modalità per venir fuori tramite un alter ego, sono i sensi di colpa, per es. di una persona gelosa, con  il  gioco transazionale: “Ti ho beccato figlio di puttana!” (v. di Eric Berne:” A che gioco giochiamo”).

Clamorosamente ne è stato vittima Giacomo Puccini. La gelosissima moglie, che verosimilmente mossa dai suoi repressi sensi di colpa per aver lasciato il marito e due figli per andare a convivere con l’allora giovane studente al Conservatorio, Puccini. Per assisterlo, durante la degenza a domicilio, per una frattura a una gamba, gli aveva procurato come cameriera una ragazza del luogo che  divenne bersaglio feroce della sua gelosia, sino al punto da indurla al suicidio.

            Tra le vie di sfogo tramite alter ego, quelle che vanno da ruolo del paziente designato a quello del membro più disturbato espresso da un gruppo ( v. di Wilfred: Bion: “ Esperienze nei gruppi”), nonché di un collaboratore.

            Siccome tale materiale represso nei profondi meandri dell’apparato neuropsichico si accompagna a cariche  bioenergetiche, queste tendono naturalmente verso un loro impiego per alimentare funzioni fisiologiche oppure, allorché in eccesiva tensione, verso uno sfogo, come  il magma sotto la crosta terrestre.

            Sembrerebbe così che non vi sarebbe alcun problema se a riemergere fossero “autentiche naturali istanze” e queste fossero assolutamente “buone” anche  eticamente. Intanto ciò che è naturale non è eticamente né buono né cattivo, è a-morale e la forza con la quale emergono sarà tanto più connotata da aggressività violenta o da istanze primordiali naturalmente funzionali alla sopravvivenza quali per es., comportamenti predatori, quanto più è stato forte il modo con cui è stato esercitato il potere repressivo.

            Inoltre questi istinti sono prevalentemente funzionali alla sopravvivenza. Tra cui quelli che sottendono comportamenti predatori, rapporti strumentali, alleanze opportuniste, agguati e via di questo passo. Per giunta, la loro espressione potrà coincidere con quella dei comportamenti oppositivi della lotta per l’identità (v. fase dell’opposizione e dei dispetti), quindi in modo ulteriormente contro le attese perbenistiche degli adulti.

            Detto così sembrerebbe che la soluzione dovrebbe essere quella di aumentare la severità delle leggi e delle istituzioni contentive, nonché rinunciare a una forma di governo democratico a favore di un sistema dittatoriale.

            Per quanto al momento possa apparire utopico, la soluzione più razionale dovrebbe essere quella di motivare un crescente numero di cittadini ad avviare a soluzione (magari mediante la partecipazione ad appositi gruppi)  i quasi immancabili problemi acquisti in seno alla famiglia di origine e di provvedere al superamento di un’eventuale condizione di analfabetismo politico.

Tre vie di smaltimento…

La pattumiera neuropsichica può smaltire il materiale rimosso o represso mediante: uno sdoppiamento della personalità del tipo Dr. Jekill – Mr.Hyde; la paradigmatica coppia Pinocchio – Lucignolo oppure per interposta persona.

Per affrontare questi complessi fenomeni ci si richiama all’affermazione freudiana:”l’Io non è padrone in casa propria”, giacché il su menzionato materiale represso o rimosso è sfuggito dal livello della consapevolezza.  Tra i più significativi esempi di quanto appena accennato: quella che nelle “Metamorfosi”, Ovidio constata su se stesso : “Video meliora, deteriora sequor”;  la confessione di Paolo di Tarso che lamenta la discordanza tra la carne e lo spirito, ossia, in attuali termini psicodinamici, il conflitto tra conscio e inconscio.

Sono le connesse cariche bioenergetiche del represso o del rimosso che premono decisamente per venir fuori aggressivamente contro  persone o cose, oppure investendosi, implosivamente, dando luogo a reazioni e patologie psicosomatiche. WiIfred Bion, a proposito di materiale che dall’inconscio può disturbare il gruppo di lavoro parla di assunti di base.

Quanto precedentemente sostenuto, nel caso di Mr. Hyde e Dr. Jekyll, si mostrerà mediante un’alternanza tra momenti in cui emergono comportamenti consapevoli e conformi alla mentalità comune e quelli della spazzatura, alias panni sporchi che, specialmente oggi, non avendo valore per tutti il tradizionale ammonimento che i panni sporchi si dovrebbero lavare in casa, si lanciano per aria, coram populo, attraverso la TV e i Social.

La combinazione relazionale Pinocchio – Lucignolo rappresenta, statisticamente, una costante. La visione centrata sulle dinamiche transpersonali scatena resistenze e rimane ignorata perché  rimetterebbe in discussione il  ruolo di corresponsabilità di ciascuno di noi e ogni aspetto della nostra tradizione: dai criteri di valutazione dei nostri simili sino all’attuale assetto istituzionale. Insomma ne conseguirebbe un inedito palingenetico cambiamento epocale (da qui la provocatoria proposta di questa utopica ricerca: “Punto e a capo – iniziamo da una generazione” da allevare al lume di attuali conoscenze umanistiche e neuro scientifiche).

Tale visione ci darebbe nuove chiavi di lettura per spiegarci fenomeni come quelli indicati nel titolo, in specie perché le apparenze possano ingannare e tanti problemi, nonostante secolari tentativi (da quelli messianici a quelli ideologico-politici) si ripresentano perfino più complicati.

Se tanti conturbanti fenomeni che ci assillano da sempre sono dovuti a traumi neuropsichici e a carenze e traumi compresi nella locuzione “fame di mamma”, che tra l’altro può avere un ruolo determinante per delitti in cui l’oggetto del desiderio sia il denaro (già considerato come oggetto transizionale), occorrerà andare oltre ciò che tradizionalmente è stato adottato per combatterli (v. “Femmininity is the future of Humanity”).

Per quel che  riguarda la “fame di mamma” che si traduce in  cupidigia, sino al punto da perpetrare orrendi crimini per denaro, Seneca, riprendendo l’invettiva del verso virgiliano, la apostrofa così: “Quod non mortalia pecora coges, auri sacra fames (esacranda fame dell’oro, a che cosa non spingi gli animi degli umani a perpetrare!)”.

Per  il versante preventivo, obiettivo privilegiato dalla ricerca eco psicosociale, si ricorda la citazione di Tiziano Terzani: “Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali”. Ma la prevenzione non remunera in tempi brevi, tali da fungere da pavloviano “rinforzo” mentre toglie occasioni di guadagno.

In definitiva, se si pone mente al fatto che più o meno tutti noi, appartenenti alla specie di uomo potenzialmente sapiens, a  nostra insaputa, finiamo per incappare in dinamiche intrapsichiche e interpersonali, per cui ci troviamo impigliati in conseguenze anche molto spiacevoli, apparirà sempre più assurdo e inaccettabile che le conoscenze su fenomeni come quelli su accennati rimangano monopolio di addetti ai lavori. Ovviamente non si tratterebbe di avere conoscenze come quelle del Corso di Laurea di Medicina e Chirurgia, ma almeno di quelle che da anni stiamo cercando di divulgare. Quindi, prima di mettere su famiglia o impegnarci in attività che ci rapportano con soggetti in età evolutiva, dovremmo sviluppare una certa responsabilità, magari mediante la partecipazione a gruppi sociali, quali gruppi di discussione, di cambiamento sociale ecc., al fine di una sufficiente consapevolezza di dette dinamiche, il che ci consentirebbe di avviare tempestivamente a soluzione i quasi immancabili problemi acquisiti sin dai primi tempi di vita.       

Ogni educatore non ignori la neurosentinella amigdala!

L’ammonimento del biblico profeta Osea: “Chi semina vento raccoglie tempesta”, vale anche per l’educatore. che dovrebbe essere in grado di evitare interazioni con lo stato dell’Io Genitore Critico (v. la locuzione dell’Analisi Transazionale: stati dell’Io).

Per la sopravvivenza, ogni vivente, più visibilmente nel mondo animale, si trova come in un perenne stato d’allarme, tanto più quanto meno alternative ha per evitare un pericolo: si pensi alla prontezza reattiva degli insetti alati. Nell’apparato neuro-psichico umano lo stato di allerta viene attivato, all’occorrenza, mediante l’amigdala, facente parte del sistema d’allarme, alias centro della paura, che scatena reazioni di lotta o di fuga. Per inciso, ove queste due reazioni vengano bloccate, le relative quote bioenergetiche mobilitate, se non verranno sufficientemente e altrimenti smaltite, si rischierà il loro accumulo patogeno (v. fenomeni da overloading).

Il cucciolo d’uomo, che si trova naturalmente in una condizione di “fisiologica insufficienza dell’Io”, quindi di massima vulnerabilità, si mostra tanto più appagato, quanto più si trovi a contatto con la madre come parte rassicurante di sé,  percependo la sua presenza,  anzitutto con l’olfatto. Ogni interruzione di tale rassicurante rapporto rischia di allarmare il centro della paura (l’amigdala) e sopperisce, fino a un certo punto, il ciucciotto (v. pure oggetto transazionale).

Il distacco, inteso come processo verso un’autonomia socializzata (non alienante), potrà avvenire molto gradualmente: il passaggio da un equilibrio relazionale a un altro che non  comporti una perdita dei vantaggi precedenti, costituisce una fondamentale condizione di crescita eco-psico-sociale.
Le prestazioni parentali catalizzanti le potenzialità evolutive del/la piccolo/a, aiutando lo sviluppo della “fiducia di base” (Erikson),  come ben costruite fondamenta di una casa, costituiscono una preziosa premessa per la costruzione della personalità e lo sviluppo delle sue  valenze relazionali.

Un’assenza dell’accudente sarà tanto meglio tollerata quanto più affermata sarà la fiducia e quanto più il piccolo avrà appreso che la sua  parte rassicurante sia in qualche modo presente,  disponibile e pronta a ripresentarsi a un suo minimo cenno: Freud vide come simbolo materno l’oggetto che un bambino di un anno e mezzo, giocando, faceva scomparire e riapparire ripetutamente (v. coazione a ripetere), una specie di allenamento per l’Io per sopportare le momentanee assenze della madre?

Poiché, a dirla con l’autore  della “Gerusalemme Liberata”, Torquato Tasso: “…  l’aspettar del male è mal peggiore forse che non parrebbe il mal presente”, nell’apparato neuro-psichico del/la  piccolo/a, avvengono particolari reazioni. Non sopportando un’ansiogena assenza della madre vissuta come perdita della sua parte protettiva, quindi esasperante  la sua sensazione di vulnerabilità, non potendo né fuggire né lottare e neanche comunicare verbalmente il proprio stato di disagio, come rischiando, in extremis, il tutto (all’insegna di: o la va o la spacca!), scattano comportamenti provocatori, al fine di verificare una volta per tutte se  quella persona di cui si fida(va) sia ancora dalla sua parte oppure contro, per cui cui dovrà difendersi, magari, lanciando una specie di S.O.S, mediante un  pianto disperato.     

In definitiva, chi è nel ruolo di accudente o/e di educatore, dovrà essere in grado di decodificare messaggi “in codice” dell’accudito, in vario modo veicolati (v. pure  sul sito l’intervista che rilasciai a Daniele Passanante: “Capricci come messaggi”).

Pier Luigi Lando

Per l’Anagrafe nato il 5 luglio, per Madre Natura il 4 luglio 1930, nella Frazione Messignadi, comune di Oppido Mamertina (RC), perché il capoluogo da raggiungere con il “Cavallo di San Francesco” a piedi era abbastanza lontano e mio padre non poteva allora immaginare che io avessi intenzione di “far l’americano”, facendo coincidere le mie ricorrenze principali con quelle statunitensi: l’Independence Day per la nascita, la laurea con il Thanksgiving Day, il mio landing con la nave Independence negli USA appena 4 giorni e una manciata di secoli dopo l’arrivo di Colombo…

Sin da bambino, invaghito dal fatto che i miei due fratelli, bravissimi musicisti (uno compositore, l’altro dall’orecchio musicale straordinario), a casa suonavano su un vecchio pianoforte a coda, in chiesa l’organo armonium, la mia più ambiziosa intenzione era di divenire un ottimo pianista.
Tra l’altro, siccome la musica ascoltata nei primi tempi di vita stimola i neurormoni della memoria, oggi ho ancora, novantenne, tale molto invidiata dote.

Questo infantile sogno, pure per il fatto che come mancino contrariato avevo difficoltà per il coordinamento occhi-mani, venne in seguito soppiantato dall’interesse per la medicina, in particolare, per il sistema nervoso, interesse poi  allargatosi a tutto ciò che riguardava l’essere umano, considerato nell’ecosistema naturale e sociale.