Per non continuare a levare l’acqua con il paniere

Per affrontare razionalmente un problema, si richiede la sua completa conoscenza, senza la quale, continueremmo ad avere la perpetuazione di atavici problemi, come anche l’esperienza  odierna ci dimostra.

É sotto gli occhi di tutti, però, che di fronte a tanti sconvolgenti fatti della nostra sempre più violenta quotidianità, ci si comporta come il cane che se la prende con la pietra lanciategli contro, ricorrendo a provvedimenti tampone.

Intanto i soggetti in età evolutiva subiscono trattamenti cosiddetti educativi che appaiono predominanti  e che, non solo non si mostrano atti ad affrontare responsabilmente la vita in privato e neanche quella di una civile convivenza, bensì tendono a ricreare quei problemi che poi si pretenderebbe di risolvere sbrigativamente, senza fondate conoscenze, né circa fattori e condizioni determinanti, né sugli strumenti più idonei.

Si reagisce o con il lassez faire o autoritariamente, con moralismo forcaiolo e molti propongono, metodi più severi, al punto che oggi (senza tenere conto che un tale suggerimento possa cadere a fagiolo nel terreno dell’apparato neuro-psico-emotivo di educatori particolarmente predisposti a reagire autoritariamente), il criterio educativo predominante sembra ridotto alla capacità di dire NO.

Perfino per la indisciplina scolastica, si richiedono provvedimenti severi, magari con il 7 in condotta (basterebbe ricordare le deleterie conseguenze che De Amicis narra a proposito del maestro che, cadendo nella provocazione di Franti, reagisce di impulso, scacciando via Franti, quindi anche Pinocchio).

 In effetti, educare, piuttosto che inculcare: fedeli al vero significato del termine educare, si dovrebbe facilitare lo sviluppo delle congenite potenzialità evolutive, fungendo da complemento alle naturali carenze del’Io, facilitando la naturale tendenza allo sviluppo della personalità degli educandi.

Le conoscenze circa la dinamica di gruppo, ci informano che anche il gruppo famiglia dovrebbe funzionare secondo la dinamica del gruppo di lavoro (il funzionamento coincide con le ragioni di formazione del gruppo).

Per le istanze irrazionali che possono disturbare tale auspicabile modalità di funzionamento gruppale, V. l’articolo PERCHÉ GLI ELETTI POSSONO RISULTARE PEGGIORI DEGLI ELETTORI).

L’instaurazione di un rapporto di prepotenza, rischia di provocare una reazione di contropotere, ma pure che l’organismo del soggetto investa, somatizzandole, sottostanti cariche di tensione psico-emotiva o che gestisca per delega la sua reazione rabbiosa.

Una pregiudiziale alla comprensione di tali fatti, sembra dovuta alla nostra tradizionale tendenza a considerare ogni comportamento dei nostri simili in senso individualistico, giacché si attinge ancora ed esclusivamente a criteri che ci provengono dalla cultura medico-clinica (sano/malato); giuridica (Innocente/colpevole); etico/religiosa (giusto o peccatore), comunque  non secondo conoscenze di dinamica psico-sociale (di coppia, di gruppo ecc.,). Eppure, ormai è più di mezzo secolo che si conoscono dinamiche familiari che producono, in analogia a dinamiche di gruppo che generano il capro espiatorio, il cosiddetto paziente designato.            

Secondo queste chiavi di lettura, ad es., si potrà comprendere come un elemento di un gruppo familiare, dove le tensioni sono ben controllate, dissimulate, sino a qualche giorno prima, apparentemente tranquillo, composto da seri lavoratori, dia in escandescenze sparando all’impazzata sulla malcapitata folla inerme.

Nella mia esperienza in ospedale psichiatrico i cui ospiti (considerati crudamente da alcuni benpensanti come spazzatura umana) avevano commesso gravi delitti, ricordo come fosse particolarmente stressante il nostro rapporto con i familiari dei ricoverati. Non solo, ma quando alcuni di quei ricoverati “compensati” tornavano da un breve permesso in famiglia, spesso era necessario ricorrere ai mezzi di contenzione. Insomma, appare sempre più evidente che il componente che presenta problemi psico-emotivi anche molto gravi, è una specie di delegato di gruppo.

Nei casi in cui si riesce a convincere gli altri componenti, apparentemente sani e tranquilli, a scaricare le proprie tensioni, la situazione dell’esagitato ha buone possibilità di rientrare in limiti accettabili.

Il depresso è tra i più carichi di tensione, di rabbia repressa che potrà scaricare su se stesso o su altri, comunque rendendo il clima familiare estremamente stressante. Per semplice esperienza si potrebbe riconoscere che il cervello umano e specialmente quello in età evolutiva, a differenza di quello elettronico, tende spesso a rigettare ciò che viene imposto e una volta “belvizzato” non esiste una belva più belva dell’Homo sapiens. La storia, specialmente quella anamnestica, di tanti tiranni docet!

Scientificamente, si sa che nel nostro cervello c’è un complicato sistema d’allarme e, una volta iperattivato, tende a provocare rapporti di tensione per tutta la vita, non sopporta il quieto vivere. Inoltre, se sin da piccolo ha appreso che, per mantenere il rapporto con le figure più essenziali per la propria sopravvivenza, ha dovuto pagare lo scotto di succube, per lui/lei subire violenze diviene una specie di moneta di scambio anche nei successivi rapporti.

Ecco perché le punizioni severe, la certezza della pena non funzionano come deterrente laddove vige la pena di morte, si praticano le torture e via di questo passo…       

Considerazioni come queste possono spiegare perché la donna, a volte potrà deludere chi se l’aspetta dolce e angelica, perché tradizionalmente essa è stata più soggetta a metodi severi. Ragion per cui in lei potrà risultare più marcata la generale tendenza a ribaltare la situazione sofferta nei primi anni di vita, più esasperata la voglia di avere giustizia, cioè vendetta.

Oltre all’opportunità che gli stessi educatori primari abbiano avviato a soluzione i propri quasi sempre immancabili problemi psico-emotivi e relazionali acquisiti nella famiglia di origine, magari partecipando a gruppi di cambiamento sociale, gruppi problema, sarebbe auspicabile che ogni plesso scolastico potesse usufruire delle preziose  possibilità evolutive di una ludoteca.

Senza un tale tempestivo procedimento, le informazioni cognitive, sia pure a livello accademico, potrebbe valere l’affermazione di Sigmund Freud che, secondo un aneddoto, aveva risposto ad alcune mamme che gli avevano chiesto consigli su come educare i figli: “Comunque fate sbagliate”. Corsi di laurea potrebbero, addirittura, aggravare la situazione relazionale quando la motivazione di fondo sia di potere.

Misure giuridiche troppo punitive potranno risultare paradossalmente controproducenti, incentivando la criminalità

Si riportano di seguito alcuni aforismi che rispecchiamo la Weltanschauung a cui si ispira la Ricerca eco psicosociale e alla quale partecipo da oltre un quarantennio.
Impegnata a individuare condizioni e fattori che favoriscono od ostacolano un’armonica evoluzione della nostra personalità e i suoi rapporti con l’ecosistema naturale e sociale, tale ricerca mira, anzitutto, alla prevenzione primaria.

“Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo  i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali” (Tiziano Terzani).
Si rileva che già quanto affermato da Terzani  potrebbe/dovrebbe valere per tanti altri problemi a dimensione sociale.    

“Ogni essere umano viene al mondo con una dotazione unica di potenzialità e aspira a realizzarsi così come la ghianda aspira a diventare la quercia che si porta dentro”  (Aristotele).

“Non educare i bambini nelle varie discipline ricorrendo alla forza, ma come per gioco, affinché tu possa anche meglio osservare quale sia la naturale disposizione di ciascuno”. (Platone)

”Educa i bambini e non sarà necessario, poi, punire gli uomini” (Pitagora).

“La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente. Il compito di imprimere negli uomini gli ideali guida e le norme della nostra civiltà è, prima di tutto, compito dell’educazione, ma quanto deplorevolmente inadeguato a questo compito è il nostro sistema educativo!” (Erich Fromm, “Psicoanalisi della società contemporanea”, 1955).

“Chi ha in mano l’educazione della gioventù può cambiare la faccia del mondo”(Gottfried Wilhelm Leibniz, XVIII sec.)

“Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione” (Victor Hugo)

In effetti, data la enorme complessità dell’apparato neuropsichico umano, che funge da centrale operativa, governando i nostri comportamenti, avrebbe una naturale tendenza a un soddisfacente sviluppo se, invece di interferenze diseducative adottate da educatori (anzitutto da quelli primari) impreparati e afflitti da problemi infantili, questi fossero in grado di prestare adeguate prestazioni parentali che i genitori delle altre specie praticano per istinto.

In questo scritto, l’amministrazione della Giustizia viene considerata come promanazione di funzioni parentali che vanno dalla difesa della prole in fase evolutiva ad altre più complesse, in rapporto a variabili, come l’età anagrafica o le scelte vocazionali, limitate anche da norme giuridiche per quel che concerne la vita coniugale.

Per le ulteriori e più complesse istruzioni per l’uso di tutto ciò che riguarda la convivenza sociale, i compiti svolti dalla prima agenzia educativa, la famiglia, vengono affiancati dalla seconda agenzia educativa, la scuola, in tutti suoi gradi riferiti all’età e alla scelta vocazionale.

Il compito parentale per la difesa della prole, per quel che riguarda la dimensione macro-sociale, si traduce in norme giuridiche specificamente codificate e finalizzate ad assicurare la convivenza in modo compatibile e di reciproco rispetto con i nostri simili (v. l’art.: “Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche? il senso di giustizia nelle altre specie”).

Per introdurre l’aspetto storico-genetico di questo argomento, potrebbero soccorrere i versi foscoliani dei “Sepolcri:“Dal dì che nozze tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui …” gli umani, non più come  scimmie nude, dovettero dare e sottomettersi a norme per contenere comportamenti disturbanti e minaccianti una civile coesistenza, contando su norme di legge che prevedono pene adeguate alla loro gravità.

La loro inefficacia, specialmente riguardo a problematici fenomeni a dimensione sociale, che vanno da  quello della corruzione a quelli violentemente trasgressivi, tuttora la si attribuisce alla mancata certezza della pena, sostenendo, quasi come panacea, la loro promulgazione con maggiore severità.

In questo articolo  si intende centrare l’attenzione su alcuni moventi psicodinamici che, paradossalmente, potranno rendere inefficace o, addirittura, controproducente l’effetto deterrente di leggi troppo severe. Tra i relativi  comportamenti si hanno quelli clinicamente rientranti in quadri come: autolesionismo; ribellione contro l’autorità; da sensi di colpa. Quest’ultimo motivo può in varia misura accompagnare in specie i comportamenti autolesionisti.

Il fenomeno dell’autolesionismo è tutt’altro che eccezionale, giacché da recenti ricerche demoscopiche risulta incidente sulla popolazione adulta al 6% e in quella giovanile al 15%! Un’apposita indagine potrebbe riscontare  una significativa coincidenza con i casi di criminalità.

A parte i casi di rilievo clinico e giuridico, vi sono da tenere ben presenti i comportamenti reattivi della fisiologica fase dell’opposizione e dei dispetti, che potranno rimanere attivi per il resto della vita. Così per la coprolalia (in neuropsichiatria nota come postumo dell’encefalite letargica) di eccelsi personaggi in specie dell’arte (tra i più noti, Mozart) attribuibile a metodi intesi come educativi, ma troppo perbenistici e sublimanti (v. l’art. “Tre vie di di smaltimento…” , cioè della pattumiera neuropsichica).

Atteggiamenti da haters sono pure osservabili in  personaggi la cui arte è molto amata. Tali comportamenti reattivi verso l’autorità genitoriale, “fisiologicamente” rispondono non solo all’esigenza di verificare fino a che punto potrà valere il proprio potere decisionale, bensì pure la propria capacità di fronteggiare ogni evento. Se esasperati da metodi autoritari, potranno risultare psico e socio-patogeni, inducendo ad atteggiamenti di temerarie sfide, quei soggetti appartenenti a quell’età che nella pucciniana “Boheme” è  cantata come “… bell’età d’inganni d’utopie, si crede, spera e tutto bello appare”.

L’effetto deterrente di leggi tese a scoraggiare comportamenti, che per la visuale psicodinamica sono esasperati da impropri metodi di allevamento, ma per i giuristi passibili di  pene, rischia l’insuccesso e perfino di risultare controproducente. In effetti, tra le reazioni comportamentali che più risultano frustranti per ogni misura giuridica, si mostrano quelli oppositivi contro figure autoritarie, in primis di quella paterna o chi la rappresenta. Caratterizzati da estrema coattiva determinazione, possono raggiungere livelli tali da scatenare un neuro-psico-meccanismo di non darla per vinta a ogni costo, come peraltro è storicamente avvenuto da parte di tanti eroici martiri! 

Quindi le proposte di inasprimento delle pene, specialmente per chi è mosso prevalentemente da sensi di colpa, potrebbero venire percepite, addirittura, come gratificanti, giacché cadrebbero sul loro animo esacerbato, appunto, da struggente colpevolezza, come una provvida vivificante pioggia, sia pure tempestosamente devastante, su un terreno arso da siccità.

Anche dalla mia esperienza professionale pure le tendenze autopunitive appaiono attribuibili a impropri metodi di allevamento, risultando suggestivi per atteggiamenti ipocondriaci (v. pure, l’art. “Dalla maschera sociale all’ipocrisia il passo è breve”).  Poiché il soggetto in età evolutiva, affettivamente dipendente da chi è supposto ad accudirlo, all’essere ignorato preferisce, maltrattamenti, specialmente se pavlovianamente (v. riflessi condizionati), sia pure con le migliori intenzioni “educative”, avrà appreso che l’essere più considerato è a condizione di subire sofferenze. Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti “vantaggi secondari della malattia”, solitamente propri di un soggetto carente di “carezze” (nell’accezione analitico transazionale).

Emilio Zola, nel suo romanzo: “Teresa Raquin”, riporta  quel che aveva scritto in una lettera a De Amicis; da pag. VIII e IX: “Qui non si ottiene nulla se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati … Purché se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: solo il silenzio uccide”. V. pure  fenomeni dei “Battenti” di Guardia Sanframondi e del “Vattenti”  a Nocera Terinese, prov. di Catanzaro e a Verbicaro, prov di Cosenza (v. l’ art.: “Ogni educatore tenga in debito conto il ruolo della sentinella neuropsichica: l’amigdala”)

Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche?

Il senso di giustizia nelle altre specie

Anzitutto, sembra opportuno inquadrare l’argomento particolare del diritto alla salute,  secondo l’accezione più ampia di benessere, nella questione generale del Diritto.

Senza pretendere di affrontare una minuziosa analisi antropologico-culturale ed etologica (per le altre specie), se ci chiediamo quali siano i più comuni oggetti del contendere tra i viventi, appare abbastanza evidente che le ragioni per le quali si attivano processi di attacco e difesa inter-individuali e tra gruppi (branchi ecc.), riguardino questioni generalmente connesse con l’istinto di conservazione dell’individuo e della specie.

Questo, a sua volta, può interessare:
il corpo fisicamente inteso;
la personalità nel suo insieme somato-psichico;
i familiari;
i beni.

            Non occorreranno particolari argomentazioni per dimostrare che, “Dal dì che nozze, tribunali ed are // diero alle umane belve esser pietose // di sé stesse e altrui…”, gli oggetti (i diritti) appena elencati siano tutelati da norme codificate di ogni popolo e costituiscono materia che accende conseguenti contenziosi.
            Nei beni è compreso l’ecosistema: il territorio d’insediamento per gli animali, l’abitazione e il posto di lavoro per gli umani. Anche la proprietà terriera è da considerarsi equivalente del territorio dal quale gli animali si procacciano il cibo pascolando o cacciando. Per gli umani, il territorio ha un significato molto più ampio e può comprendere perfino i campi di competenza (simbolizzati) burocratica, professionale, scientifica.

Come si vedrà fra poco, tra le istanze istintuali di difesa, è compresa la lotta per la leadership, che nella nostra specie assume spesso connotati di potere nell’accezione più negativa sino alla prevaricazione gratuita e violenta.

A parte l’evoluzione che degenera in quest’ultimo senso, di primo acchito, la tendenza alla leadership potrebbe apparire diversa dalle altre più chiaramente connesse con l’istinto di conservazione di cui si è detto sopra, ma l’osservazione etologica più approfondita consente di appurare che anche essa trae origine da esigenze vitali per i componenti una collettività, che si tratti di un branco, di un gruppo o di una società umana.  In effetti, ogni capo viene delegato dai componenti una collettività per svolgere compiti che tutelino i loro interessi, vale a dire quelli che riguardano i diritti connessi con la conservazione e l’ottimale affermazione e sviluppo individuale e sociale.

Il senso di giustizia nel mondo animale

Per rendere più evidenti le radici biologiche del Diritto, si riportano qui di seguito le ventiquattro istanze connesse con i modelli comportamentali di base (Primal Patterns of Behavior) individuati da Paul MacLean (“A Mind of Three Minds: Educating the Triune Brain”), già direttore di uno dei più prestigiosi dipartimenti per lo studio comparato del cervello: il Department of Health, Education, and Welfare del National Institute of Mental Health (Bethesda, Maryland, US.A.): 
1) Selection and preparation of homesite,
2) Establishment of territory
3) Trial making
4) “Marking” of territory
5) Showing place-preferences
6) Patrolling territory
7) Ritualistic display in defence of territory, commonly involvilng the use of coloration and adornments
8) Formalized intraspecific fighting in defence of territory
9) Triunphal display in succesful defence
10) Assumption of distinctive postures and coloration in signaling surrender
11) Foraging
12) Hunting
13) Homing
14) Hoarding
15) Use of defecation post
16) Formation of social groups
17) Establishment of social hierarchy by ritualistic display and other means
18) Greeting
19) “Grooming”
20) Courtship, with dislpays using coloration and adornments
21) Mating
22) Breeding and, in isolated instances, attending offspring
23) Flocking
24) Migration.


         A questo punto occorre illustrare brevemente la teoria dei tre cervelli (*).
La Scuola del suo autore, Paul MacLean, ha riscontrato che nel corso dell’evoluzione filogenetica il cervello non perde le acquisizioni precedenti, per cui il cervello umano si trova ad avere nel livello di organizzazione più antico, nel cosiddetto Cervello da rettile o Rettiliano o Complesso, i modelli comportamentali di base che questo organo aveva acquisito sin dalla specie dei grandi rettili.

Come si può evincere dall’esame dei su elencati comportamenti, quasi tutti hanno più o meno direttamente a che fare con i rapporti sociali tra i componenti una collettività.
            Dai filmati sulla vita animale, si può anche facilmente constatare come ciascuno di essi reagisca con la lotta o, magari dopo qualche tentativo di difesa, con la fuga, non appena qualcuno minacci di ledere un suo “diritto”: sia che si tratti del territorio oppure della partner o, peggio, dei figli, per non dire degli attacchi contro il proprio corpo. 
E’ altrettanto ben noto che la posizione gerarchica all’interno di un branco, spesso dà luogo a tensioni, per cui gli animali che vivono in società hanno sviluppato una serie di rituali per governare l’aggressività intraspecifica.
              In base a quanto esposto si può ritenere che i codici del nostro ordinamento giuridico, date le accresciute esigenze umane, costituiscano un necessario complemento agli equivalenti rituali delle altre specie. Nella nostra essi si traducono nei costumi, nelle usanze e in tutti quei messaggi sociali che tendono a controllare i comportamenti dei propri simili o a finalizzarli a interessi privati o sociali come quelli del mercato.

Gli altri livelli di organizzazione cerebrale

Contribuiscono a dar luogo a una struttura composita della nostra personalità cfr. omonimo capitolo nel libro : “Ecologia psico-sociale e salute”).
             In effetti, a mano a mano che si procede nello sviluppo filogenetico, la struttura dell’organismo diviene sempre più complessa e richiede un sistema di governo altrettanto complesso. Questa funzione viene svolta dal sistema nervoso con i connessi organi di senso e sostanze che fungono da messaggeri, vale dire i cosiddetti neutro-trasmettitori o neurormoni.

E’ come se Madre natura, non riuscendo a inserire ulteriori informazioni nel patrimonio genetico contenuto dentro la cellula, si fosse inventata altre strutture in grado di: 
– memorizzare informazioni provenienti dall’esterno e che si acquisiscono con l’apprendimento, con l’esperienza;
– percepire la qualità di ogni esperienza mediante emozioni che inducono a reagire di conseguenza, essenzialmente con la lotta o con la fuga e loro equivalenti.            

Tra le reazioni equivalenti, si possono considerare i processi di difesa di ordine psico-emotivo, per esempio: il dimenticarsi (rimozione) esperienze che turberebbero il livello conscio. Lo svenimento, che interrompe ogni altra reazione, costituisce una specie di salvavita che scatta in situazioni insostenibili di emergenza.
             A partire dalle specie più evolute, al livello di organizzazione cerebrale rettiliana, si vengono a sovrapporre altri due livelli: uno, comune ai mammiferi, perciò indicato anche come Cervello da mammuth e il livello particolarmente sviluppato nell’Homo sapiens sapiens, cioè quello della Corteccia (sostanza grigia). Quest’ultima ha, tra l’altro, elaborato l’insieme di norme e di istituzioni che tutelano i diritti in questione.
              Per il fatto che ciascuno dei tre livelli di organizzazione cerebrale ha un suo proprio modo di funzionare, sia per quanto riguarda gli stimoli dall’interno dell’organismo, sia dall’esterno e nello stesso tempo sono tra di loro intimamente interconnessi, lo stesso MacLean definì il cervello umano come uno e trino (The triune brain).
                In effetti, il rettiliano reagisce secondo il meccanismo dello simolo/risposta, cioè con determinate risposte a ben precisi stimoli-chiave: si pensi ai sentimenti e conseguenti atteggiamenti e comportamenti nei confronti dei cuccioli, ma anche alle risposte erotiche nei riguardi di corrispondenti stimolazioni (messaggi ecc.). In breve esso si esprime con il linguaggio del corpo. 
               Il livello intermedio (cervello. da mammut) risponde con una gamma di emozioni, mentre quello corticale ha sviluppato un linguaggio verbale, logico, convenzionale. 

Nota (*) Per chi volesse consultare una sintetica pubblicazione in italiano, si consiglia la lettura del tascabile: “Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino”, con un saggio introduttivo di Luciano Gallino. Nuovo Politecnico 139 Einaudi, 1994, Torino.