Misure giuridiche troppo punitive potranno risultare paradossalmente controproducenti, incentivando la criminalità

Si riportano di seguito alcuni aforismi che rispecchiamo la Weltanschauung a cui si ispira la Ricerca eco psicosociale e alla quale partecipo da oltre un quarantennio.
Impegnata a individuare condizioni e fattori che favoriscono od ostacolano un’armonica evoluzione della nostra personalità e i suoi rapporti con l’ecosistema naturale e sociale, tale ricerca mira, anzitutto, alla prevenzione primaria.

“Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo  i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali” (Tiziano Terzani).
Si rileva che già quanto affermato da Terzani  potrebbe/dovrebbe valere per tanti altri problemi a dimensione sociale.    

“Ogni essere umano viene al mondo con una dotazione unica di potenzialità e aspira a realizzarsi così come la ghianda aspira a diventare la quercia che si porta dentro”  (Aristotele).

“Non educare i bambini nelle varie discipline ricorrendo alla forza, ma come per gioco, affinché tu possa anche meglio osservare quale sia la naturale disposizione di ciascuno”. (Platone)

”Educa i bambini e non sarà necessario, poi, punire gli uomini” (Pitagora).

“La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente. Il compito di imprimere negli uomini gli ideali guida e le norme della nostra civiltà è, prima di tutto, compito dell’educazione, ma quanto deplorevolmente inadeguato a questo compito è il nostro sistema educativo!” (Erich Fromm, “Psicoanalisi della società contemporanea”, 1955).

“Chi ha in mano l’educazione della gioventù può cambiare la faccia del mondo”(Gottfried Wilhelm Leibniz, XVIII sec.)

“Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione” (Victor Hugo)

In effetti, data la enorme complessità dell’apparato neuropsichico umano, che funge da centrale operativa, governando i nostri comportamenti, avrebbe una naturale tendenza a un soddisfacente sviluppo se, invece di interferenze diseducative adottate da educatori (anzitutto da quelli primari) impreparati e afflitti da problemi infantili, questi fossero in grado di prestare adeguate prestazioni parentali che i genitori delle altre specie praticano per istinto.

In questo scritto, l’amministrazione della Giustizia viene considerata come promanazione di funzioni parentali che vanno dalla difesa della prole in fase evolutiva ad altre più complesse, in rapporto a variabili, come l’età anagrafica o le scelte vocazionali, limitate anche da norme giuridiche per quel che concerne la vita coniugale.

Per le ulteriori e più complesse istruzioni per l’uso di tutto ciò che riguarda la convivenza sociale, i compiti svolti dalla prima agenzia educativa, la famiglia, vengono affiancati dalla seconda agenzia educativa, la scuola, in tutti suoi gradi riferiti all’età e alla scelta vocazionale.

Il compito parentale per la difesa della prole, per quel che riguarda la dimensione macro-sociale, si traduce in norme giuridiche specificamente codificate e finalizzate ad assicurare la convivenza in modo compatibile e di reciproco rispetto con i nostri simili (v. l’art.: “Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche? il senso di giustizia nelle altre specie”).

Per introdurre l’aspetto storico-genetico di questo argomento, potrebbero soccorrere i versi foscoliani dei “Sepolcri:“Dal dì che nozze tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui …” gli umani, non più come  scimmie nude, dovettero dare e sottomettersi a norme per contenere comportamenti disturbanti e minaccianti una civile coesistenza, contando su norme di legge che prevedono pene adeguate alla loro gravità.

La loro inefficacia, specialmente riguardo a problematici fenomeni a dimensione sociale, che vanno da  quello della corruzione a quelli violentemente trasgressivi, tuttora la si attribuisce alla mancata certezza della pena, sostenendo, quasi come panacea, la loro promulgazione con maggiore severità.

In questo articolo  si intende centrare l’attenzione su alcuni moventi psicodinamici che, paradossalmente, potranno rendere inefficace o, addirittura, controproducente l’effetto deterrente di leggi troppo severe. Tra i relativi  comportamenti si hanno quelli clinicamente rientranti in quadri come: autolesionismo; ribellione contro l’autorità; da sensi di colpa. Quest’ultimo motivo può in varia misura accompagnare in specie i comportamenti autolesionisti.

Il fenomeno dell’autolesionismo è tutt’altro che eccezionale, giacché da recenti ricerche demoscopiche risulta incidente sulla popolazione adulta al 6% e in quella giovanile al 15%! Un’apposita indagine potrebbe riscontare  una significativa coincidenza con i casi di criminalità.

A parte i casi di rilievo clinico e giuridico, vi sono da tenere ben presenti i comportamenti reattivi della fisiologica fase dell’opposizione e dei dispetti, che potranno rimanere attivi per il resto della vita. Così per la coprolalia (in neuropsichiatria nota come postumo dell’encefalite letargica) di eccelsi personaggi in specie dell’arte (tra i più noti, Mozart) attribuibile a metodi intesi come educativi, ma troppo perbenistici e sublimanti (v. l’art. “Tre vie di di smaltimento…” , cioè della pattumiera neuropsichica).

Atteggiamenti da haters sono pure osservabili in  personaggi la cui arte è molto amata. Tali comportamenti reattivi verso l’autorità genitoriale, “fisiologicamente” rispondono non solo all’esigenza di verificare fino a che punto potrà valere il proprio potere decisionale, bensì pure la propria capacità di fronteggiare ogni evento. Se esasperati da metodi autoritari, potranno risultare psico e socio-patogeni, inducendo ad atteggiamenti di temerarie sfide, quei soggetti appartenenti a quell’età che nella pucciniana “Boheme” è  cantata come “… bell’età d’inganni d’utopie, si crede, spera e tutto bello appare”.

L’effetto deterrente di leggi tese a scoraggiare comportamenti, che per la visuale psicodinamica sono esasperati da impropri metodi di allevamento, ma per i giuristi passibili di  pene, rischia l’insuccesso e perfino di risultare controproducente. In effetti, tra le reazioni comportamentali che più risultano frustranti per ogni misura giuridica, si mostrano quelli oppositivi contro figure autoritarie, in primis di quella paterna o chi la rappresenta. Caratterizzati da estrema coattiva determinazione, possono raggiungere livelli tali da scatenare un neuro-psico-meccanismo di non darla per vinta a ogni costo, come peraltro è storicamente avvenuto da parte di tanti eroici martiri! 

Quindi le proposte di inasprimento delle pene, specialmente per chi è mosso prevalentemente da sensi di colpa, potrebbero venire percepite, addirittura, come gratificanti, giacché cadrebbero sul loro animo esacerbato, appunto, da struggente colpevolezza, come una provvida vivificante pioggia, sia pure tempestosamente devastante, su un terreno arso da siccità.

Anche dalla mia esperienza professionale pure le tendenze autopunitive appaiono attribuibili a impropri metodi di allevamento, risultando suggestivi per atteggiamenti ipocondriaci (v. pure, l’art. “Dalla maschera sociale all’ipocrisia il passo è breve”).  Poiché il soggetto in età evolutiva, affettivamente dipendente da chi è supposto ad accudirlo, all’essere ignorato preferisce, maltrattamenti, specialmente se pavlovianamente (v. riflessi condizionati), sia pure con le migliori intenzioni “educative”, avrà appreso che l’essere più considerato è a condizione di subire sofferenze. Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti “vantaggi secondari della malattia”, solitamente propri di un soggetto carente di “carezze” (nell’accezione analitico transazionale).

Emilio Zola, nel suo romanzo: “Teresa Raquin”, riporta  quel che aveva scritto in una lettera a De Amicis; da pag. VIII e IX: “Qui non si ottiene nulla se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati … Purché se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: solo il silenzio uccide”. V. pure  fenomeni dei “Battenti” di Guardia Sanframondi e del “Vattenti”  a Nocera Terinese, prov. di Catanzaro e a Verbicaro, prov di Cosenza (v. l’ art.: “Ogni educatore tenga in debito conto il ruolo della sentinella neuropsichica: l’amigdala”)

Mele marce

“Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali” (Tiziano Terzani)

Fintanto che ignoreremo condizioni e fattori che determinano dinamiche transpersonali problematiche, queste proseguiranno a seminare  vittime sia come “mandanti” sia come “mele marce”, alias “pecore nere”, alias “pazienti designati”, nonché quelle di generosi personaggi celebrati come eroi.

            “Le mele marce ci sono sempre state e ovunque”, è la risposta consolatoria che ci diamo di fronte a sconcertanti crimini perpetrati da personaggi ufficialmente “perbene” o addirittura espletanti ruoli di tutela della legalità e della morale. In essa è probabilmente implicita la speranza che un tale fenomeno potrà essere ridotto al massimo o eliminato mediante una più attenta e tempestiva selezione, con l’inasprimento delle pene e assicurandone la certezza.

            Immaginiamo che un agricoltore si trovi di fronte allo strano fenomeno di una pianta di melo che suole produrre costantemente delle mele che marciscono invece di completare il processo di maturazione o, ancora, che ogni albero di una vasta piantagione di meli presenti lo stesso surreale fenomeno. Per lo meno si darebbe da fare per ottenere il finanziamento per una ricerca al fine di scoprirne  le cause. Si chiederebbe se tali cause  risiederanno nel codice genetico della pianta, oppure nel terreno o, ancora, in eventuali inquinanti ecc..

            Ebbene, da tempo immemorabile si  è notato che tante famiglie “perbene” sono afflitte da un fenomeno analogo, cioè quello della cosiddetta “pecora nera”, ma si è ancora culturalmente alquanto lontani dal recepire il ruolo in cui altrettanto inconsapevolmente si trovano incastrati gli altri membri del gruppo, in specie di quello dei familiari, ossia di “mandanti”. Sarà perché una tale  inconsapevolezza costituisce una specie di meccanismo di difesa?

            Oggi, dopo alcuni decenni di studi e pratica concernenti dinamiche di gruppi, si parla di dinamiche della formazione di un “capro espiatorio” e, per il gruppo familiare, di “paziente designato”, di amplificatore e di indicatore dei problemi della coppia genitoriale.

            Una più attenta osservazione ci farà constatare che spesso ci troviamo di fronte a una costante, ossia a una coincidenza, che appare significativamente frequente, con il clima “educativo” del gruppo di appartenenza, caratterizzato da metodi improntati alla severità, a self control,  comunque tendenti a inculcare integerrimi principi morali.  Sarà un semplice coincidenza che anche  in popolazioni dove a più rigido self control siano improntati i metodi ritenuti educativi, in effetti, disciplinari, avvengano fenomeni analoghi a quelli dell’espressione del paziente designato?
Una parte di una tale collettività svolgerebbe il ruolo di indicatore e amplificatore dei problemi degli altri componenti? Si spiegherebbero così fenomeni come quelli degli hooligans, dei black bloc, nonché delle “devianze sessuali” e  di altri paradossali comportamenti criminosi nel clero? Insomma, come se  dinamiche transpersonali di questo tipo avessero come scopo il messaggio comunicativo di problemi conseguenti a metodi contrastanti un’autentica evoluzione del progetto persona degli altri componenti.

            Per inciso, azzardo l’ipotesi che in seno alle su menzionate collettività esprimenti soggetti trasgressivi, violenti e via di questo passo, potranno essere prodotti autoctono-maticamente, oppure, come per la dinamica della gestione per delega tramite un alter ego, che si ritrova già bell’e pronto in un gruppo di estranei, non ritenuto etnicamente proprio.

            Siccome gli eccessi possono servire a evidenziare meglio il concetto, cito i metodi del Dr. Daniel Gottlieb Moritz Schreber (v. di Morton Schatzman: “La famiglia che uccide” Ed. Feltrinelli). Questo medico studioso di pedagogia, ritenendo che la decadenza dei costumi della Germania del suo tempo fosse dovuta al lassismo dei metodi educativi, fondò una sua metodica  il cui principio educativo era essenzialmente quello di vincere la volontà dell’educando imponendo comunque quella dell’educatore. Si direbbe una specie di lavaggio del cervello dei soggetti in età evolutiva, iniziando sin dall’infanzia. Dei suoi due figli maschi uno divenne schizofrenico paranoico, l’altro si suicidò, mentre per una delle sue figlie femmine pare sia trapelata la convinzione che fosse isterica, comunque con turbe mentali.

            A proposito della costante  coincidenza con l’ambiente di rigide norme educative,  potremmo pensare a corpi militari come quello dei carabinieri, la cui versione della canzonetta napoletana: “Tuppe, tuppe mariscià” negli anni ’50,  espresse in modo amaramente giocoso il fenomeno di solito indicato e quasi minimizzato dalla espressione delle “mele marce” che si trovano ovunque, perfino in funzionari della cosa pubblica, ufficialmente deputati ad assicurare la legalità, mentre essi stessi sarebbero tenuti ad essere esemplari.

            Ancora motivo di scandalo più grave, la non rara scoperta delle “mele marce” negli ambienti religiosi che perfino si “materializzano” in alti prelati.

            Vi è da rilevare che il disagio o lo stress sofferto in seno a un gruppo non sempre si esprime in modo palese come “mela marcia” o “paziente designato”, bensì rielaborato dalla psiche in una vasta serie di modalità.

            Tali modi si presentano nella realtà a volte come scelte trasgressive sconcertanti per il gruppo di appartenenza, per es. arruolandosi o aderendo a formazioni a-sociali o anti-sociali, ma pure in una prestigiosa casa regnante, oppure di nobili, facoltose e comunque prestigiose famiglie. Tra le più note, ricordo soprattutto perché appare emblematica, quella dei Capuleti e Montecchi; meno nota, ma altrettanto emblematica che ci offre pure una poco nota dinamica trans-personale,  quella della gestione o per interposta persona è in un’opera del Trittico pucciniano: “Gianni Shicchi”. Per inciso, questo ben noto truffatore della Firenze medievale, avendo turlupinato la nobile e facoltosa famiglia di Buoso Donati, parente della moglie di Dante, questi lo sbatté  nell’Inferno. La scelta coniugale, invano contrastata dalla zia razzisticamente moralista, Zita e che oggi, al lume delle attuali conoscenze psico-sociodinamiche, appare significativa, è quella del giovane nipote Rinuccio che, guarda caso, si fidanza con la figlia del disprezzato Schicchi.
Leggi severissime, quale il taglio della mano, vigenti nella Firenze medievale e tendenti a contrastare la corruzione, sono agitate come minaccioso ricatto anche da parte dello Schicchi per intimidire i Donati.

            Altre frequenti modalità espressive di analoghi sottostanti problemi, si possono riconoscere in tante somatizzazioni. In particolare mi limito a ricordare la fobia della scuola e il cosiddetto bullismo, quando questo fenomeno viene presentato da uno studente per il quale la maschera di bullo fa gioco per assumere atteggiamenti provocatori e per  scaricare la propria insostenibile tensione, che di solito si porta dalla casa paterna, mentre  magari starà volgendo il ruolo di paziente designato.

Cosa fare specialmente sul versante preventivo?

            Se non mi farò scrupolo di farmi prendere la mano dalla deformazione professionale di medico, sarei portato ad accostare la situazione della nostra società a un corpo di una persona malata. Per la medicina olistica l’affezione di un organo non è mai un processo isolato, ma vi partecipa tutto l’organismo.

            L’aspetto più preoccupante è quello che gli stessi elementi, come quelli facenti parte del sistema immunitario, deputati alla difesa possono venire neutralizzati come accade, per es.,  nell’AIDS e, addirittura, divenire patogeni per lo stesso organismo, come accade nelle malattie autoimmuni.

            Qual è la situazione nella nostra società, a quale di questi meccanismi appena accennati corrisponde?

            Sul versante preventivo occorre tenere presente che tra le origini della insaziabile, coatta sete di denaro e di potere pare ci siano carenze affettive. Personalmente, avendo avuto l’esperienza di incontrare baby sitter di famiglie ricche, esposi questa situazione in un articolo: “Poveri ricchi! Ricchezza materiale e miseria umana” che, nel maggio del 1980, venne pubblicato a pag. 6 del periodico mensile: “Il Difensore”.

            V’è sempre da tenere presente che il potere e le violente trasgressioni e quant’altro represso o rimosso, non sempre vengono gestiti in prima persona, ma per delega, ossia per interposta persona: cosi, oltre alla situazione psicologica del giovane nipote della zia Zita dal carattere perbenisticamente razzista Rinuccio, si possono spiegare i casi in cui la ragazza perbene si senta irresistibilmente attratta dallo scavezzacollo  (una specie di alter ego) e perfino (mi si passi il volo “superpindarico”) come la Germania dai costumi repressi dalla perversa pedagogia del Dr. Shreber, si sia sentita magnetizzata da Adolph Hitler &Co (v. “Perché gli eletti  potranno risultare peggiori degli elettori,” che prende spunto da quanto aveva rilevato  Wilfred Bion: in seno a un gruppo a essere espresso come leader carismatico è quello più mentalmente disturbato).

            In effetti, dal punto di vista affettivo, i bambini di famiglie i cui genitori sono “in tutt’altre faccende affaccendate”, vengono affidate a delle tate, appunto con il principale compito di evitare che i piccoli disturbino gli adulti. In proposito, in altra sede ho già rilevato come provvedimenti  come quello di ignorare  i capricci di un bambino, non tenendo conto che allorché non si sia in grado (potrà capitare anche in un soggetto anagraficamente adulto) di comunicare verbalmente un proprio stato di disagio, si potrà tendere a farlo mediante comportamenti disturbati e disturbanti, provocatori (v. “Caprici come messaggi”).

            Ora, anche dalla esperienza di psicoterapeuta, mi risulta che il denaro ha simbolicamente in comune con i genitori il fatto che sia fonte di cibo e di potere, quindi, come il cibo, si potrà configurare come oggetto transizionale. Di tale  fenomeno si dovrebbe tender conto per affrontare razionalmente il cancrenoso fenomeno della corruzione.

            La psiche usa fare di questi investimenti simbolici: l’oggetto transizionale, potrà materializzarsi persino in un pezzetto di carta da parati dell’abitazione, allorché si allontana dai genitori:  in altra sede ho raccontato l’episodio in cui il mio terzogenito, mentre lo stavo accompagnando all’asilo del mio ufficio, essendo io in ritardo, non avendogli dato tempo per  prendersi  il solito peluche-oggetto transizionale, sporse il braccino oltre la porta, che stavo chiudendo e, strappato un pezzetto di carta da parati, se lo mise in tasca. Ciò mi dette lo spunto a pensare che l’oggetto transizionale potesse configurarsi mediante qualsiasi altro, avente a che fare con l’ambiente domestico, quindi con la figura materna.

            Da questa naturale (si ricorda che anche l’apparato neuropsichico degli umani è naturalmente programmato per  la sopravvivenza e l’auto-affermazione) appropriazione alla coatta tendenza ad accumulare denaro e potere c’è tutta una serie di situazioni intermedie e ancora una volta riemerge la questione della preparazione degli educatori, per le cui prestazioni non ci si può improvvisare. Solo i genitori di altre specie possono farsi guidare dagli istinti, per l’Homo sapiens non è sufficiente il cosiddetto buon senso e neanche il tradizionale buon esempio.

Considerazioni eco-psico-sociali sull’attuale situazione socio-politica

A fronte di comuni lamentele riguardo a preoccupanti  fenomeni a dimensione sociale che appaiono analoghi alle conseguenze da carenze e di esperienze psico-emotivamente traumatiche sul‘organismo umano, per giunta complicate da trattamenti impropri, tanti sono indotti a formulare una specie di prognosi infausta o di auspicare l’emulgazione di leggi più restrittive e scelte di governo  autoritarie.  Le conseguenze le abbiamo già dolorosamente  subite e i risultati,  di cui ancora cerchiamo la soluzione, poiché generano un diffuso drammatico disorientamento dei cittadini, potrebbero alimentare la tentazione di ricorrere ancora a soluzioni tampone e sbrigative.

Purtroppo di una tale situazione si potranno avvantaggiare bastian contrari impersonati da tribuni che, parlando alla pancia e prospettando soluzioni immediate, otterranno la fiducia di elettoralmente significative maggioranze.

            Tra le soluzioni più ingannevoli appare quella dell’eliminazione delle mele marce, senza ricercare le probabili cause dipendenti dal terreno o da elementi atmosferici inquinanti.  

            In proposito ricordo l’ammonimento ai suoi assistenti di Louis Pasteur, già sul letto di morte: riconoscendo che Claude Bernard aveva ragione, sottolineò la prevalente importanza del terreno costituzionale rispetto al microbo.

Per quanto al momento possa apparire utopico, la soluzione più razionale dovrebbe essere quella di motivare un crescente numero di cittadini ad avviare a soluzione (magari mediante la partecipazione ad appositi gruppi di cambiamento sociale) i quasi immancabili problemi acquisti in seno alla famiglia di origine e di provvedere al superamento di un’eventuale condizione di analfabetismo politico.         

Perché gli eletti potranno risultare peggiori degli elettori

Il paradossale fenomeno che sembra apportare acqua al mulino della saggezza popolare con il detto: “le apparenze ingannano”… grazie alle scelte della Raggi, finalmente sta attirando l’attenzione di operatori della stampa. 

            Potrà capitare per la scelta di un partner (una delle tante storie di questo genere mi toccò osservarla quando ero laureando  a metà degli anni ’50)  ma pure per un socio, nonché in politica, dove non rappresenta un’eccezione che gli eletti potranno risultare peggiori degli elettori.

            A partire dalla fine dell’800, con le prime osservazioni sulla personalità considerata in un contesto relazionale gruppale, l’indirizzo di pensiero che va oltre la tradizionale ottica individualista si è arricchito sempre più con l’apporto di eminenti studiosi.

            Con Kurt Lewin viene introdotto il concetto di dinamica di gruppo. Ma è da un’osservazione di Wihlelm Bion che si può spiegare il tema di questo articolo, ossia che ad essere espresso come leader carismatico di un gruppo sia il membro più disturbato.

            Una più puntuale spiegazione di un tale paradossale fenomeno la possiamo avere grazie alla conoscenza sulle dinamiche transpersonali su cui la Ricerca eco-psicosociale ha centrato una particolare attenzione sin dai suoi inizi.

            In pratica avviene qualcosa di analogo a ciò che si verifica nella dinamica del gruppo famiglia con l’espressione del paziente designato, ossia del componente che svolge, di solito a sua insaputa, il ruolo di indicatore e amplificatore del  problemi,  altrettanto  ignorati a livello conscio, della coppia coniugale. Detto in termini più accessibili per il lettore non iniziato, tale soggetto si comporta come un accumulatore delle tensioni psico-emotive  e come una spugna dei problemi dei familiari.

            In effetti, poiché i correnti metodi di allevamento della prole umana tendono a che i figli si conformino a criteri di accettabilità e, più ambiziosamente, di etero-stima, ne consegue che tante autentiche naturali istanze vengano represse.

            Così come avviene per il magma, qualora manchi uno sfogo vulcanico, che genera i terremoti, in modo analogo si verifica per condizioni di eccesso di tensione nervosa (di overloading). 

            A premere verso una tra le più sofisticate modalità per venir fuori tramite un alter ego, sono i sensi di colpa, per es. di una persona gelosa, con  il  gioco transazionale: “Ti ho beccato figlio di puttana!” (v. di Eric Berne:” A che gioco giochiamo”).

Clamorosamente ne è stato vittima Giacomo Puccini. La gelosissima moglie, che verosimilmente mossa dai suoi repressi sensi di colpa per aver lasciato il marito e due figli per andare a convivere con l’allora giovane studente al Conservatorio, Puccini. Per assisterlo, durante la degenza a domicilio, per una frattura a una gamba, gli aveva procurato come cameriera una ragazza del luogo che  divenne bersaglio feroce della sua gelosia, sino al punto da indurla al suicidio.

            Tra le vie di sfogo tramite alter ego, quelle che vanno da ruolo del paziente designato a quello del membro più disturbato espresso da un gruppo ( v. di Wilfred: Bion: “ Esperienze nei gruppi”), nonché di un collaboratore.

            Siccome tale materiale represso nei profondi meandri dell’apparato neuropsichico si accompagna a cariche  bioenergetiche, queste tendono naturalmente verso un loro impiego per alimentare funzioni fisiologiche oppure, allorché in eccesiva tensione, verso uno sfogo, come  il magma sotto la crosta terrestre.

            Sembrerebbe così che non vi sarebbe alcun problema se a riemergere fossero “autentiche naturali istanze” e queste fossero assolutamente “buone” anche  eticamente. Intanto ciò che è naturale non è eticamente né buono né cattivo, è a-morale e la forza con la quale emergono sarà tanto più connotata da aggressività violenta o da istanze primordiali naturalmente funzionali alla sopravvivenza quali per es., comportamenti predatori, quanto più è stato forte il modo con cui è stato esercitato il potere repressivo.

            Inoltre questi istinti sono prevalentemente funzionali alla sopravvivenza. Tra cui quelli che sottendono comportamenti predatori, rapporti strumentali, alleanze opportuniste, agguati e via di questo passo. Per giunta, la loro espressione potrà coincidere con quella dei comportamenti oppositivi della lotta per l’identità (v. fase dell’opposizione e dei dispetti), quindi in modo ulteriormente contro le attese perbenistiche degli adulti.

            Detto così sembrerebbe che la soluzione dovrebbe essere quella di aumentare la severità delle leggi e delle istituzioni contentive, nonché rinunciare a una forma di governo democratico a favore di un sistema dittatoriale.

            Per quanto al momento possa apparire utopico, la soluzione più razionale dovrebbe essere quella di motivare un crescente numero di cittadini ad avviare a soluzione (magari mediante la partecipazione ad appositi gruppi)  i quasi immancabili problemi acquisti in seno alla famiglia di origine e di provvedere al superamento di un’eventuale condizione di analfabetismo politico.