Si riportano di seguito alcuni aforismi che rispecchiamo la Weltanschauung a cui si ispira la Ricerca eco psicosociale e alla quale partecipo da oltre un quarantennio.
Impegnata a individuare condizioni e fattori che favoriscono od ostacolano un’armonica evoluzione della nostra personalità e i suoi rapporti con l’ecosistema naturale e sociale, tale ricerca mira, anzitutto, alla prevenzione primaria.

“Il problema del terrorismo non si risolve uccidendo  i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali” (Tiziano Terzani).
Si rileva che già quanto affermato da Terzani  potrebbe/dovrebbe valere per tanti altri problemi a dimensione sociale.    

“Ogni essere umano viene al mondo con una dotazione unica di potenzialità e aspira a realizzarsi così come la ghianda aspira a diventare la quercia che si porta dentro”  (Aristotele).

“Non educare i bambini nelle varie discipline ricorrendo alla forza, ma come per gioco, affinché tu possa anche meglio osservare quale sia la naturale disposizione di ciascuno”. (Platone)

”Educa i bambini e non sarà necessario, poi, punire gli uomini” (Pitagora).

“La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente. Il compito di imprimere negli uomini gli ideali guida e le norme della nostra civiltà è, prima di tutto, compito dell’educazione, ma quanto deplorevolmente inadeguato a questo compito è il nostro sistema educativo!” (Erich Fromm, “Psicoanalisi della società contemporanea”, 1955).

“Chi ha in mano l’educazione della gioventù può cambiare la faccia del mondo”(Gottfried Wilhelm Leibniz, XVIII sec.)

“Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione” (Victor Hugo)

In effetti, data la enorme complessità dell’apparato neuropsichico umano, che funge da centrale operativa, governando i nostri comportamenti, avrebbe una naturale tendenza a un soddisfacente sviluppo se, invece di interferenze diseducative adottate da educatori (anzitutto da quelli primari) impreparati e afflitti da problemi infantili, questi fossero in grado di prestare adeguate prestazioni parentali che i genitori delle altre specie praticano per istinto.

In questo scritto, l’amministrazione della Giustizia viene considerata come promanazione di funzioni parentali che vanno dalla difesa della prole in fase evolutiva ad altre più complesse, in rapporto a variabili, come l’età anagrafica o le scelte vocazionali, limitate anche da norme giuridiche per quel che concerne la vita coniugale.

Per le ulteriori e più complesse istruzioni per l’uso di tutto ciò che riguarda la convivenza sociale, i compiti svolti dalla prima agenzia educativa, la famiglia, vengono affiancati dalla seconda agenzia educativa, la scuola, in tutti suoi gradi riferiti all’età e alla scelta vocazionale.

Il compito parentale per la difesa della prole, per quel che riguarda la dimensione macro-sociale, si traduce in norme giuridiche specificamente codificate e finalizzate ad assicurare la convivenza in modo compatibile e di reciproco rispetto con i nostri simili (v. l’art.: “Il nostro diritto al benessere ha radici biologiche? il senso di giustizia nelle altre specie”).

Per introdurre l’aspetto storico-genetico di questo argomento, potrebbero soccorrere i versi foscoliani dei “Sepolcri:“Dal dì che nozze tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui …” gli umani, non più come  scimmie nude, dovettero dare e sottomettersi a norme per contenere comportamenti disturbanti e minaccianti una civile coesistenza, contando su norme di legge che prevedono pene adeguate alla loro gravità.

La loro inefficacia, specialmente riguardo a problematici fenomeni a dimensione sociale, che vanno da  quello della corruzione a quelli violentemente trasgressivi, tuttora la si attribuisce alla mancata certezza della pena, sostenendo, quasi come panacea, la loro promulgazione con maggiore severità.

In questo articolo  si intende centrare l’attenzione su alcuni moventi psicodinamici che, paradossalmente, potranno rendere inefficace o, addirittura, controproducente l’effetto deterrente di leggi troppo severe. Tra i relativi  comportamenti si hanno quelli clinicamente rientranti in quadri come: autolesionismo; ribellione contro l’autorità; da sensi di colpa. Quest’ultimo motivo può in varia misura accompagnare in specie i comportamenti autolesionisti.

Il fenomeno dell’autolesionismo è tutt’altro che eccezionale, giacché da recenti ricerche demoscopiche risulta incidente sulla popolazione adulta al 6% e in quella giovanile al 15%! Un’apposita indagine potrebbe riscontare  una significativa coincidenza con i casi di criminalità.

A parte i casi di rilievo clinico e giuridico, vi sono da tenere ben presenti i comportamenti reattivi della fisiologica fase dell’opposizione e dei dispetti, che potranno rimanere attivi per il resto della vita. Così per la coprolalia (in neuropsichiatria nota come postumo dell’encefalite letargica) di eccelsi personaggi in specie dell’arte (tra i più noti, Mozart) attribuibile a metodi intesi come educativi, ma troppo perbenistici e sublimanti (v. l’art. “Tre vie di di smaltimento…” , cioè della pattumiera neuropsichica).

Atteggiamenti da haters sono pure osservabili in  personaggi la cui arte è molto amata. Tali comportamenti reattivi verso l’autorità genitoriale, “fisiologicamente” rispondono non solo all’esigenza di verificare fino a che punto potrà valere il proprio potere decisionale, bensì pure la propria capacità di fronteggiare ogni evento. Se esasperati da metodi autoritari, potranno risultare psico e socio-patogeni, inducendo ad atteggiamenti di temerarie sfide, quei soggetti appartenenti a quell’età che nella pucciniana “Boheme” è  cantata come “… bell’età d’inganni d’utopie, si crede, spera e tutto bello appare”.

L’effetto deterrente di leggi tese a scoraggiare comportamenti, che per la visuale psicodinamica sono esasperati da impropri metodi di allevamento, ma per i giuristi passibili di  pene, rischia l’insuccesso e perfino di risultare controproducente. In effetti, tra le reazioni comportamentali che più risultano frustranti per ogni misura giuridica, si mostrano quelli oppositivi contro figure autoritarie, in primis di quella paterna o chi la rappresenta. Caratterizzati da estrema coattiva determinazione, possono raggiungere livelli tali da scatenare un neuro-psico-meccanismo di non darla per vinta a ogni costo, come peraltro è storicamente avvenuto da parte di tanti eroici martiri! 

Quindi le proposte di inasprimento delle pene, specialmente per chi è mosso prevalentemente da sensi di colpa, potrebbero venire percepite, addirittura, come gratificanti, giacché cadrebbero sul loro animo esacerbato, appunto, da struggente colpevolezza, come una provvida vivificante pioggia, sia pure tempestosamente devastante, su un terreno arso da siccità.

Anche dalla mia esperienza professionale pure le tendenze autopunitive appaiono attribuibili a impropri metodi di allevamento, risultando suggestivi per atteggiamenti ipocondriaci (v. pure, l’art. “Dalla maschera sociale all’ipocrisia il passo è breve”).  Poiché il soggetto in età evolutiva, affettivamente dipendente da chi è supposto ad accudirlo, all’essere ignorato preferisce, maltrattamenti, specialmente se pavlovianamente (v. riflessi condizionati), sia pure con le migliori intenzioni “educative”, avrà appreso che l’essere più considerato è a condizione di subire sofferenze. Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti “vantaggi secondari della malattia”, solitamente propri di un soggetto carente di “carezze” (nell’accezione analitico transazionale).

Emilio Zola, nel suo romanzo: “Teresa Raquin”, riporta  quel che aveva scritto in una lettera a De Amicis; da pag. VIII e IX: “Qui non si ottiene nulla se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati … Purché se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto: solo il silenzio uccide”. V. pure  fenomeni dei “Battenti” di Guardia Sanframondi e del “Vattenti”  a Nocera Terinese, prov. di Catanzaro e a Verbicaro, prov di Cosenza (v. l’ art.: “Ogni educatore tenga in debito conto il ruolo della sentinella neuropsichica: l’amigdala”)

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